martedì 5 novembre 2013

LA FESTA DELLE MATRICOLE


  Sfido i giovani d'oggi a riconoscere quale tra le nostre città è anche sede universitaria. 
 Prima degli anni Sessanta, saltava all’occhio che le bronzee statue equestri di alcune piazze  presentavano i sotto pancia dei cavalli così lustri che di più non si poteva. Tutto il merito andava alle matricole universitarie. Era una manutenzione ordinaria che si faceva in autunno all’inizio di ogni anno accademico.
 Visto che al giorno d'oggi queste feste non si fanno più, spenderò qualche parola.
 Ora mi vergogno un po', ma a Pavia, per merito o colpa di Roberto di Soresina, con il soprannome di Za firmavo i papiri e, nonostante fossi piccolo e avessi solo due bolli, essendo iscritto al secondo anno, incutevo terrore tra le matricole.
 Il papiro non era altro che un foglio da disegno su cui erano scritte, sotto forma di leggi, delle ignobili sconcezze; al tempo stesso, era pieno di disegni porno, raffiguranti giochi erotici, falli e vagine che sbordavano perfino dal foglio. E con più era ricco di oscenità, più era di pregio. Certo che era da tenersi lontano dai genitori, soprattutto se si era delle sante verginelle.
Con i ragazzi, bastava che il loro papiro, piegato in quattro parti e usato come lascia passare, fosse ben tenuto e ben disegnato perché apponessi gratuitamente anche la mia firma. Con le ragazze, ero d'altra pasta. Questo diverso comportamento non lo dovevo a un capriccio o a una particolare esigenza della mia natura perversa, ma a una forma di esibizionismo: volevo farmi bello agli occhi degli amici più vecchi.
 La prima ragazza che mi capitò tra le grinfie era un po' bruttina e, oltre all'amorfo aspetto, era vestita anche da educanda. Venne a consegnarsi con venti pacchetti di sigarette nel nostro covo: una vecchia pasticceria nei pressi della stazione ferroviaria. Purtroppo, non intendendosene o forse anche per risparmiare, non aveva capito che volevamo le Nazionali Esportazioni e non le semplici Nazionali. Il più vecchio dei miei amici mi ordinò:
 - Dobbiamo fare bella figura, dille qualcosa!
 Assumendo un’aria severa e cattiva:
 - Ehi, senti un po'!... Guardaci bene in faccia! Lo sai chi siamo?
 - Studenti più vecchi,- con un fil di voce.
 - E allora? Per quale motivo ci tratti da operai? - e alzando poi il tono - Ti sembriamo pezzenti che hanno bisogno per i nostri vizi di chiederti la carità?
 - No!
 - Non ho sentito bene!... Ripetilo!
 - No!
 -  Ahi, sei messa proprio male! ... Adesso, ritorni dal tabaccaio e ti fai cambiare queste schifezze con dieci pacchetti di Nazionali Esportazione e, per punizione, con altri dieci pacchetti di sigarette americane: Camel o Lucky Strike. E non fiatare!... Per noi maschietti. Hai capito? - e gridando a più non posso  - Va via!... Sparisci!
 Riuscii a spaventarla a morte: tremava tutta, poveretta! Che recitasse? Del resto, con lacrime o smorfie la loro arte è sempre quella di recitare.
 Le Feste delle matricole si svolgevano di solito in qualche osteria o trattoria a buon mercato, dove timidi studenti impauriti offrivano la cena e qualche pacchetto di sigarette a noi anziani in cambio del papiro. I ragazzi si assoggettavano a interrogatori o a processi, e subito dopo venivano condannati a pene che al giorno d’oggi e in alcuni casi, ohi, ohi.. si sentiva puzza di bullismo. Beh, non è mai morto nessuno, anche perché si calcava la mano solo con i più furbetti o con chi aveva la puzza sotto il naso. Troppo facile e da stupidi prendersela con i più deboli.
 Ai miei tempi, le ragazze, chiuse in cassa da genitori previdenti e per il fatto che dovevano studiare, avevano poco tempo da dedicare ai ragazzi. Erano in gran parte ancora vergini e inorridivano sentir parlare di sesso, pur sapendola lunga. Nonostante le nostre insistenze , non c'è mai stata qualcuna che avesse confessato d'averlo visto, preso in mano oppure solo sognato questo benedetto nostro membro.
 Non si badava tanto alle loro risposte. Le più cocciute e le più carine, in ogni caso, erano condannate a lustrare i sotto pancia di quei magnifici stalloni.
 Con i ragazzi, c’era poco da divertirsi, ma con le ragazze le battute e le risate sgorgavano cristalline come l’acqua da una fonte montana.
 - Va piano! è un oggetto delicato. Non così in fretta. In punta, mi raccomando! in punta! Così, brava! Più passione! Attenta! gli stai facendo una sega! (1)  - e si davano altri ordini e suggerimenti  che scandalizzavano le bigotte che passavano o sostavano nei paraggi.
 Rischiavamo grosso. C’era poi il pericolo che qualche ragazza, durante questo lavoro, scivolasse giù dal piedistallo con il pericolo di farsi del male.
Di quel periodo, ho un solo un rimpianto: quello di non essere stato presente all’interrogatorio della mia amica Elena.
 I miei compagni, sapendo che conoscevo fin dal liceo quella bella e simpatica ragazza, temevano che mi intromettessi e venissi in suo aiuto. A mia insaputa e con l’ inganno, in cinque o sei riuscirono a condurla nel loro appartamento.
 Dopo averla fatta accomodare su un divano, iniziarono con le prime domande. Secondo la ricostruzione fattami da Roberto e Tecchio, verso la fine si fecero prendere  dal gioco e calcarono la mano: pretesero che confessasse che si masturbava.
 Erano andati un po’ fuori dalle righe: abusi che al giorno d’oggi sarebbero da tribunale. 
 Da ciò che mi raccontarono, ogni volta che Elena negava, veniva spinta con violenza contro il divano. Dopo sette o otto volte che si sentiva ripetere : - Confessa!... Confessa! - Lei cedette.
 Ma non finì semplicemente in questo modo. Ad alta voce, un balengo le chiese ancora:
 - Con quale dito?
 Per timore di sbattere altre volte il capo contro lo schienale del divano e per mettere fine a quella  tortura, ingenuamente alzò il medio della mano destra. Esplose la gioia!
 Nella storia scritta o tramandata, non è mai successo che un dito sia stato baciato con più voluttà e contemporaneamente da così tante bocche. 

 

 (1)   Masturbazione maschile.


 

 

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